AMAZON IN SCIOPERO: PERCHÈ?

I tempi cambiano, recentemente anche più in fretta rispetto al passato. Se una volta essere abbonati ad una rivista e alla TV satellitare erano le cose più normali del mondo, oggi lo è essere abbonati a Netflix ed ad Amazon Prime. In particolare il secondo è talmente comodo e, diciamolo, ridicolmente economico per il servizio fornito che praticamente tutti coloro che non hanno più l’illusione di prendere un giorno la pensione ce l’hanno attivo. Ma spesso ci dimentichiamo che dietro ad un’azienda come Amazon, che opera esclusivamente online, ci sono persone in carne ed ossa esattamente come noi, che rendono possibile la meraviglia di ordinare un prodotto e averlo a casa propria il giorno successivo.

Amazon Prime è figo: lo è perchè ti garantisce consegne veloci, lo è perchè insieme hai anche Amazon Video e perchè hai la possibilità di iscriverti gratuitamente ad un canale Twitch. Ma come tutte le cose fighe, è entrato tanto nella nostra vita che ormai lo diamo per scontato, salvo poi meravigliarci nel momento in cui scompare. Così è stato per chi ha acquistato qualcosa la scorsa settimana, in occasione del Black Friday e ha visto slittare le consegne ai primi giorni della settimana successiva, ossia quella in corso. Troppi ordini? Sicuramente ci sarà stato un flusso maggiore di richieste, ma nulla che un colosso come Amazon non potesse gestire, tanto più che era un evento assolutamente prevedibile e anzi, desiderato. La vera motivazione è stata un’altra.

Ha suscitato relativo scalpore la scorsa settimana, in occasione del Black Friday, lo sciopero dei dipendenti Amazon dello stabilimento di Castel San Giovanni; ho detto relativo perchè gli impiegati che hanno manifestato, hanno espresso tutto il loro disappunto per motivi già ben noti e conosciuti all’opinione pubblica.

Da anni si parla della grossa opportunità lavorativa che offre Amazon dove vengono costruiti i loro centri di smistamento: centinaia di posti di lavoro ben pagati, in regola e con una buona sicurezza di non andare a lavorare per un’azienda che possa fallire dal giorno alla notte. Però, si sa, ogni aspetto positivo ha il suo rovescio della medaglia: orari particolarmente impegnativi, sabati e domeniche incluse, lavoro non propriamente leggero, standard di produttività da rispettare e ovviamente entrando come dipendente, si diventa solamente dei numeri.

Nulla di nuovo ma sempre reale nel mondo del lavoro.

Cosa chiedevano gli scioperanti? Le solite richieste: più tutela per i lavoratori, maggiore flessibilità e sicuramente una rotazione nelle mansioni di lavoro, in modo da non essere sempre costretti allo stesso tipo di lavoro che alla lunga può portare problemi fisici temporanei o nella peggiore delle ipotesi anche permanenti.

Tutto giusto, no? A mio modo di vedere, no. Non che le richieste fossero assurde, anzi, penso che chiunque si trovi a lavorare in una realtà di questo tipo farebbe le stesse richieste. Ma qua sta il problema di base: tutti sanno cosa c’è da aspettarsi quando si va a lavorare per Amazon, anzi, per un centro di logistica in generale. Ho cari amici che lavorano nella logistica da anni, e le problematiche che sento quotidianamente da loro sono le stesse di chi ha fatto sciopero venerdì. Sappiamo tutti perfettamente che esistono lavori duri per il corpo e lavori duri per la mente, e purtroppo nè i primi nè tanto meno i secondi non si possono addolcire.

Il lavoro della logistica prevede uno sforzo fisico, lavoro ripetitivo e turni anche impegnativi. Punto. Non ci sono molte alternative; questo aspetto mi fa simpatizzare si per i manifestanti e sicuramente comprendere le loro richieste, ma dall’altra parte non posso non pensare che se non volevano andare incontro a questo tipo di problematiche, dovevano pensarci quando hanno firmato il contratto di lavoro. Dubito che Amazon gli abbia promesso un posto in ufficio, salvo poi rimangiarsi la parola e segregarli nella linea logistica. Ne dubito fortemente.

In più vorrei fare un appunto NERD alla questione: tanti dei posti di lavoro che Amazon offre vanno a ricoprire mansioni che un domani, non troppo lontano oltretutto, saranno tranquillamente ricoperte da macchine robotizzate. In alcuni centri è già così, per cui non è un’ipotesi così assurda. Fare un lavoro duro è sempre meglio che non avere un lavoro.

 

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