REMASTERED, O “ABBIAMO FINITO LE IDEE”

Devo ammetterlo, sono un grande ipocrita; appena ho visto il video annuncio di una remastered di Full Throttle in arrivo nel 2017, ho fatto i salti di gioia.

Considera che stiamo parlando di uno dei primi videogame a cui ho avuto l’onore di poter giocare nella mia vita, in quell’epoca in cui Lucasarts non era sinonimo solamente di Star Wars, bensì di produttore più prolifico al mondo e leader indiscusso delle avventure grafiche. Alcuni dei giochi che più hanno segnato la mia infanzia di videogiocatore sono della Lucasarts; The Dig, Full Throttle (appunto), la saga di Monkey Island, tutti giochi appartenenti ad una categoria decaduta negli anni e sopravvissuta, anche se in altra forma, solo grazie agli action che puntano molto sulla trama piuttosto che sul gameplay.

Dopo questa introduzione così lusinghiera, dire che io le remastered non le sopporto, sa davvero di ipocrisia bella e buona. Però è vero. Per me le remastered sono una delle cause della scarsa qualità dei nuovi titoli.

Parliamo un settore, quello videoludico, che deve necessariamente puntare alla propria sopravvivenza economica, sfornando quindi titoli meritevoli di essere acquistati anche per svariate decine di euro. Mettiamoci in testa questo preconcetto, e comprenderemo la determinazione di alcune software house nel presentare anno dopo anno titoli sempre uguali, ma di sicuro appeal sul mercato.

In questo panorama creativamente desolante, ma commercialmente necessario, le remastered vanno a inserirsi come jolly dalla doppia capacità di presa sul mercato; per i neofiti la possibilità di giocare a titoli usciti molto tempo fa, quando non si era magari nemmeno nati, è quanto di meglio si possa chiedere. Per i nostalgici avere l’opportunità di rigiocare ai titoli della propria infanzia comodamante sulle proprie piattaforme attuali, senza dover rispolverare vecchie console, è un lusso inaspettato. Mercato potenzialmente vergine, per un gioco già sviluppato che non necessita altro che di una tirata a lucido. Commercialmente, una bomba.

Grazie al patrimonio che la precedente generazione di software house ci ha lasciato, la creatività degli attuali sviluppatori potrebbe far che prendersi un lungo periodo di ferie; non dovremmo permettere che la necessità di fare cassa, unita alla difficoltà di creare qualcosa di davvero innovativo, legittimi le software house ad attingere a piene mani dal patrimonio videoludico del passato, per darcelo in pasto come la miglior minestra riscaldata, nel vero senso del termine.

Oltre ad essere moralmente sbagliato, è anche tragicamente penalizzante per le generazioni future, che si troveranno con un’eredità sempre meno composta da titoli nuovi e sempre più costellata da rivisitazioni di vecchie opere.

Detto tutto questo però, i sentimenti prevalgono sempre, e alla fine sappiamo tutti che pagheremo 60€ per acquistare l’ennesima remastered, pieni di grandi emozioni, per poi renderci conto dopo 20 minuti di gioco che certi bei ricordi dovrebbero rimanere tali, e che inesorabilmente, come i film o i libri anche i videogiochi invecchiano, e spesso e volentieri molto male.

 

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